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Lavoro all’estero senza liste speciali

Niente più liste speciali per i lavoratori da impiegare all’estero, né autorizzazioni preventive da richiedere al ministero del Lavoro. Con il Dlgs 151/2015 (articolo 18) , è stata semplificata la gestione dei rapporti con i lavoratori che sono impiegati o trasferiti in Paesi extracomunitari: è stato sostanzialmente eliminato ogni adempimento amministrativo per imprese e lavoratori, ridisegnando un impianto normativo che ormai era inadeguato alle esigenze delle imprese e che rappresentava un freno al lavoro all’estero.

Con le regole precedenti, il lavoratore era tenuto a un’iscrizione in liste speciali ad hoc tenute dal «collocamento», mentre i datori dovevano seguire un complesso iter autorizzativo preventivo che coinvolgeva il ministero del Lavoro e il ministero degli Affari esteri. Inoltre, dovevano scegliere il personale solo con richiesta nominativa riferita alle liste speciali, cui doveva seguire un nulla osta degli uffici.

A questa autorizzazione erano sottoposte anche le aziende estere che assumevano lavoratori italiani, anche in territorio extracomunitario (ministero del Lavoro, interpello 13/2014).

Le conseguenze per il datore di lavoro in caso di inosservanza dell’iter ministeriale erano particolarmente gravose. Era prevista infatti, in caso di utilizzazione diretta senza autorizzazione, una ammenda «da lire cinquecentomila a lire due milioni» e, nei casi più gravi, l’arresto «da tre mesi ad un anno». Per le ipotesi di interposizione, la sanzione prevista era la reclusione da uno a cinque anni e, per ogni lavoratore reclutato, una multa «da lire due milioni a lire dieci milioni».

Le modifiche, in vigore dal 24 settembre 2015, sono contenute nell’articolo 18 del Dlgs 151/2015.

Il quadro normativo passa da un sistema a controlli preventivi a una dimensione di semplificazione dei rapporti, dove il controllo preventivo scompare, divenendo successivo ed eventuale.

Su questo presupposto è stata eliminata la necessità dell’iscrizione nelle liste speciali di collocamento (è stato abrogato l’articolo 1, comma 4 del Dl 317/1987 ) e al posto delle autorizzazioni amministrative, sono state introdotte condizioni minime ed essenziali per il lavoratore, la cui sussistenza determina presunzione di legittimità anche per l’impiego dei lavoratori in Paesi extracomunitari (nuovo articolo 2 del Dl 317/1987 ).

L’unico dubbio riguarda il campo di applicazione delle novità contenute nel nuovo articolo 2 poiché il testo risulta diverso rispetto alla precedente impostazione. In particolare, la norma sostituita faceva riferimento ai lavoratori italiani “assunti” o “trasferiti” in un paese extracomunitario dai datori di lavoro citati dall’articolo 1, comma 2. Ora la norma sembra più ampia poiché richiama i lavoratori italiani «da impiegare o da trasferire all’estero».

Il problema ora è capire se in questa nuova definizione rientri il lavoro all’estero svolto in regime di trasferta, dal momento che anche in questa condizione risulta un effettivo impiego del lavoratore all’estero che, peraltro, può riguardare anche un periodo temporale significativo.

In questo nuovo quadro giuridico deve, dunque, ritenersi superato anche l’interpello 13/2014 che imponeva la richiesta di autorizzazione anche alle aziende straniere che assumevano all’estero cittadini italiani.

Nel patto di lavoro extraeuropeo si dovrà ora prevedere:

un trattamento economico e normativo che non sia inferiore a quello previsto dai Ccnl stipulati dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative per la categoria di appartenenza del lavoratore, evidenziando in maniera chiara l’importo della retribuzione in denaro o in natura legata allo svolgimento della prestazione all’estero;

la sistemazione logistica del dipendente;

misure idonee in materia di sicurezza;

gli estremi di un’assicurazione di viaggio che copra andata e ritorno dal paese estero e i casi di morte e invalidità permanente;

una specifica clausola in forza della quale il lavoratore extraeuropeo potrà chiedere e ottenere il trasferimento in Italia di una quota della retribuzione ricevuta all’estero.

Sono state poi abrogate le sanzioni civili e penali legate sia alla fornitura di manodopera extraeuropea che all’utilizzo diretto, eliminando, così, l’ultimo e più importante freno a queste tipologie di contratti.

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