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Percezione indebita da parte del datore di lavoro per le compensazioni Inps

Sentenza della Coerte di Cassazione
Se un datore di lavoro non paga ai dipendenti l’indennità di malattia e gli assegni familiari ma poi utilizza tali somme a conguaglio dei contributi dovuti all’Inps commette il delitto di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, previsto dall’articolo 316 ter del codice penale.

Nel qualificare il comportamento tenuto dall’amministratore unico di una società condannato in primo e secondo grado per truffa, la Corte di cassazione con la sentenza 4404/2016 ripercorre l’evoluzione della giurisprudenza su questa materia. I giudici rilevano che «secondo la giurisprudenza tradizionale» integra il delitto di truffa il comportamento del datore di lavoro che mette a conguaglio delle somme non corrisposte ai dipendenti, traendone un profitto ingiusto e non una semplice evasione contributiva.

Viene però anche rilevato che, con la sentenza 18762/2013, per una situazione analoga è stato escluso il delitto di truffa in quanto non c’è stato il reato di appropriazione indebita. Più in particolare, il comportamento del datore di lavoro non determina un danno patrimoniale all’Inps, anche perché il dipendente non può chiedere direttamente all’istituto di previdenza quanto non corrisposto dal datore. Quindi, il danno è a carico di quest’ultimo, tanto che è stato configurato il reato di appropriazione indebita a danno del lavoratore.

Va escluso anche il reato di indebita compensazione perché, osservano sempre i giudici, si riferisce all’ambito tributario, mentre in questo caso il comportamento illecito riguarda la materia previdenziale e assistenziale.

Fatte queste considerazioni, la Cassazione individua nell’indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato il reato commesso dal datore di lavoro che compensa le prestazioni assistenziali non effettivamente erogate ai dipendenti. Il reato individuato dall’articolo 316 del Codice penale «si distingue dalla truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche sia perché la condotta non ha natura fraudolenta, in quanto la presentazione delle dichiarazioni o documenti attesatanti cose non vere costituisce “fatto” strutturalmente diverso dagli artifici e raggiri, sia per l’assenza della induzione in errore».

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