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Nuove intese per i co.co.co per evitare che siano ricondotte al lavoro subordinato

Molti accordi collettivi stanno disciplinando i nuovi co.co.co
Dai call center al recupero crediti. Dalle Ong alle università “libere”, passando per centri di formazione professionale e scuole private. Con una platea complessiva di oltre 100mila lavoratori interessati.

Sono alcuni settori in cui si sta seguendo la via degli accordi collettivi nazionali per disciplinare le collaborazioni con modalità “ad hoc”, per quelle figure professionali dove è spesso inevitabile l’esistenza di un coordinamento organizzativo da parte del datore di lavoro.

L’obiettivo, per tutti, è evitare possibili casi dubbi di fronte alle regole in vigore da gennaio per effetto del Jobs act: dopo aver mandato in pensione il lavoro a progetto già a metà del 2015, il decreto legislativo 81 ha stabilito che scatta la subordinazione per le collaborazioni “personali”, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e ai luoghi di lavoro.

Sanatoria e non solo
In generale, per i casi dubbi, si è aperto il paracadute della “sanatoria” senza sanzioni per assumere in pianta stabile i co.co.co (anche a progetto) e i titolari di partita Iva, con i quali siano in corso collaborazioni che non rispettano i nuovi canoni(si veda Il Sole 24 Ore del 4 gennaio). Ma ci sono anche precise eccezioni, tra cui, appunto le collaborazioni disciplinate da intese ad hoc stipulate dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

È il caso dei call center, messi al riparo dalla “presunzione di subordinazione” il 22 dicembre scorso con un’intesa che riguarda tutti i collaboratori delle imprese che applicano il Ccnl delle telecomunicazioni.

Anche per le oltre 200 aziende del recupero crediti, a inizio novembre è stato siglato tra Unirec e Fisascat-Cisl e Uiltucs l’aggiornamento del protocollo del 2012. Il testo prevede l’applicazione del regime delle co.co.co al posto di quello delle co.co.pro, con il riconoscimento dell’autonomia dei collaboratori pur nel rispetto delle forme di coordinamento, tra cui la prenotazione delle fasce orarie di disponibilità della postazione.

Le strategie della ricerca
C’è poi fermento nel campo della ricerca, dove il contratto a progetto è molto gettonato per l’attività scientifica. «Nei diversi progetti – spiega Silvio Garattini, direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri -, sono impegnati sia dipendenti interni, sia collaboratori con competenze specifiche reclutati al momento. Difficile pensare che tutti saranno inquadrati a tempo indeterminato, anche perché le risorse per la ricerca in Italia sono ridotte al lumicino».

Un problema che interessa enti di ricerca e istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) privati, ma anche le imprese che investono sull’innovazione. E pure le libere università, non solo per la ricerca ma anche per la docenza a contratto. Per gli Irccs, proprio in extremis, il 30 dicembre, è arrivato l’accordo collettivo nazionale con l’Aris: pur nel rispetto dell’autonomia del collaboratore, le parti potranno fissare le fasce orarie e le ore di didattica eventualmente previste senza sconfinare nella subordinazione. «In più – sottolinea Massimo Pietracaprina, direttore risorse umane dello Ieo – una circolare del ministero della Salute stabilisce, sia pure in modo non chiarissimo, che per la ricerca finalizzata e quella corrente sono rimborsabili fino a 38mila euro l’anno per ricercatore, anche se assunto a tempo indeterminato».

Accordo negli atenei privati
Anche per le libere università è stato siglato il 10 dicembre un accordo nazionale con i sindacati che interessa potenzialmente tra 2mila e 6mila persone, specialmente giovani. «Da un lato gli atenei non statali possono fruire di uno strumento flessibile per la docenza e la didattica – dice Paolo De Nardo, capo dell’area legale della Luiss, che ha ideato il progetto e condotto la trattativa – dall’altro i collaboratori possono avere più garanzie per iniziare il proprio percorso lavorativo nel mondo accademico».

Previste regole ad hoc anche negli accordi – allo studio – tra sindacati e associazioni delle scuole private, per mettere al riparo da possibili irregolarità gli insegnanti con contratto di collaborazione.

Nei mesi scorsi è stato siglato l’accordo di armonizzazione dei co.co.co della formazione professionale, quello tra i sindacati e Federculture per una serie di figure (dai direttori di scuole ai docenti, dagli artisti ai curatori scientifici) da impiegare, ad esempio, nella gestione degli spazi culturali di musei e biblioteche. Un “patto” anche per le Ong per attività da svolgere sia in Italia sia all’estero, mentre nel settore pubblico la stretta sulle collaborazioni scatterà dal 2017.

«Pur con fatica – commenta Guglielmo Loy, segretario confederale Uil – la contrattazione sta rispondendo all’invito del legislatore regolando, con attenzione, il delicato mondo delle collaborazioni, dove è bene stabilire regole semplici, efficaci e rispettose dei diritti fondamentali. L’importante è evitare abusi ed è per questo che proseguiremo il confronto nei settori dove operano migliaia di collaboratori».

I dubbi delle Pmi
Spostando l’obiettivo sulle piccole e medie imprese, «l’attenzione andrà posta alle collaborazioni che riguardano ex dipendenti in pensione – commenta Stefano Di Niola, responsabile relazioni sindacali Cna – la cui presenza in azienda sia richiesta per periodi più o meno lunghi per “insegnare il mestiere” ai nuovi assunti. Situazioni ricorrenti e in genere già analizzate anche prima del Job act, considerato che le collaborazioni dei pensionati di vecchiaia erano già esentate dal vincolo del progetto ma non, ovviamente, dalla mancanza dei vincoli di subordinazione». Mentre da Confcommercio arriva la richiesta «di una circolare ministeriale che definisca esattamente cosa si intende per co.co.co genuina e i contenuti degli accordi nazionali».

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