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Servizi per l’impiego: dal Jobs act un piano organico alla ricerca di ingranaggi innovativi

L’intervento del Jobs act è l’ultimo di una serie di tentativi mirati a far ripartire le politiche attive nel nostro Paese.
Sono almeno tre i provvedimenti che hanno provato a mettere mano al sistema, senza sortire effetti: il protocollo Welfare del 2007, il collegato lavoro del 2010 e la legge Fornero del 2012.

Il progetto è molto ambizioso, ma altrettanto complesso: ha il merito di aver gestito la normativa di rilancio delle politiche attive con una visione organica. Il legislatore non si è, infatti, limitato a intervenire sui servizi per il lavoro in senso stretto ma in tutti i decreti attuativi ha cercato di legare a un unico filo conduttore gli strumenti: si pensi alle regole di condizionalità che accomunano la fruizione degli ammortizzatori sociali. L’adozione di un sistema omogeneo per regolare i vari strumenti, valorizzando i sussidi quali misure di transizione nella fase di ricerca del lavoro, dovrebbe garantire il raccordo tra le politiche passive e attive, mai raggiunto finora.

La strada verso la meta, ossia la creazione di meccanismi efficaci e personalizzati (come il patto di servizio), si presenta però tutt’altro che in discesa: aver scritto bene le regole non servirà – come avvenuto in precedenza – se la “macchina” organizzativa non sarà in grado di partire velocemente e di utilizzare gli ingranaggi già esistenti in maniera innovativa.

Peraltro sono una decina i decreti da emanareper definire l’ossatura operativa delle politiche attive. A oggi, a parte il via libera del Cdm alla nomina del Presidente dell’Anpal, la nuova agenzia che dovrà occuparsi della regia delle politiche attive, e alla bozza di statuto mancano all’appello molti provvedimenti attuativi, ad esempio per individuare risorse finanziarie, umane e strumentali da trasferire dal ministero del Lavoro all’Anpal, compresa la cessione dei contratti in corso. Ci si trova in una fase di transizione dove le nuove regole possono essere applicate solo in parte. Un esempio è quello della definizione dello stato di disoccupazione, sulla quale è intervenuto il Lavoro con circolare 34/2015 per chiarire la metodologia applicativa dei nuovi requisiti in attesa dell’avvio del portale nazionale delle politiche attive.

A ciò si aggiunga che l’Anpal non potrà contare sull’entità di risorse stanziata da altri paesi per le stesse finalità: uno dei rischi potrebbe essere che venga a mancare la “potenza di fuoco” per dare la scossa auspicata. Molto si giocherà, quindi, sugli impulsi che l’Anpal sarà in grado di iniettare alla rete dei servizi per il lavoro ma sono, soprattutto, tre i nodi principali da cui dipenderà il successo dell’operazione: in primo luogo, la definizione degli indirizzi generali di politica attiva.

L’altro punto fondamentale sarà la realizzazione del sistema informativo unico: poter disporre di un portale in cui i soggetti coinvolti nella gestione dei sussidi, delle crisi d’impresa e della ricollocazione dialogano tra loro diventa non solo strategico ma riveste il presupposto per poter operare incisivamente. Da ultimo occorrerà capire il nuovo ruolo dei centri per l’impiego: i dati dimostrano che il numero di lavoratori avviati è molto basso e dal loro restyling dipenderà larga parte del risultato. Da capire anche con quale intensità e modalità saranno coinvolti nei servizi di politica attiva i soggetti privati accreditati.

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