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Premi di risultato detassati, stop allo sgravio contributivo

La legge di stabilità per il 2016 (legge 208/2015) azzera il fondo destinato a finanziare lo sgravio contributivo:
Lo sgravio è connesso alla retribuzione correlata a incrementi di produttività, qualità, redditività, innovazione ed efficienza organizzativa, prevista dalla contrattazione di secondo livello.
Da quest’anno tutte le risorse sono destinate alla detassazione che così, dopo la scomparsa nel 2015, diviene ora strutturale con soldi sottratti allo sgravio contributivo lasciato a secco, già con riferimento ai premi pagati lo scorso anno.

Le scelte operate, che sul punto denotano un certo ondivago orientamento, consistono in una riscrittura dell’intero impianto normativo.

 Imposta del 10% solo sui premi ad ammontare variabile

Con la nuova disposizione, l’imposta del 10% sostitutiva di irpef e addizionali, troverà applicazione, salvo che il lavoratore non ci rinunci, solo sui premi di risultato di ammontare variabile, la cui corresponsione sia collegata a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione (vi rientrano anche le somme erogate sotto forma di partecipazione agli utili dell’impresa).

Per la verifica dei requisiti criteri indicati con decreto ministeriale
I criteri per misurare e verificare la sussistenza dei requisiti verranno indicati in un decreto ministeriale che dovrebbe essere emanato entro il 29 febbraio. L’importo massimo detassabile è pari a 2mila euro, elevabili a 2.500 euro per le aziende che coinvolgono i lavoratori nell’organizzazione secondo regole che verranno specificate in un secondo momento.

Le erogazioni devono essere previste da contratti aziendali o territoriali stipulati tra parti qualificate. Potranno beneficiare della detassazione i lavoratori occupati presso aziende private che, nell’anno precedente, hanno ricevuto un reddito di lavoro dipendente non superiore a 50mila euro. Come per gli anni trascorsi, se il datore di lavoro del 2016 è lo stesso del 2015, applicherà l’imposta sostituiva direttamente.

Qualora, al contrario, vi sia stata una variazione, il lavoratore dovrà dichiarare per iscritto l’ammontare del reddito di lavoro dipendente conseguito l’anno prima.

Nessuna imposta per chi sceglie il welfare aziendale
La legge di stabilità 2016 introduce una novità a favore dei lavoratori. Se questi ultimi decidono di trasformare il premio di produttività in servizi di welfare aziendale (per esempio, contributi da versare a enti o casse aventi fine esclusivamente previdenziale e assistenziale) su tale importo i lavoratori non pagano alcuna imposta, nei limiti di esenzione annua prevista dal Testo unico delle imposte sui redditi (nell’esempio 3.615,20 euro). Anche in presenza dell’opzione del lavoratore, si ritiene che la natura delle somme (contributi a casse o enti) non subisca variazioni e il datore di lavoro continui a pagare all’Inps il solo contributo di solidarietà previsto dalla legge 166/91.

Precluso lo scambio tra premio e contributi alla previdenza complementare
Sembrerebbe, invece, preclusa (salvo diverse interpretazioni degli enti preposti) la possibilità per il lavoratore, di scambiare il premio con la contribuzione per la previdenza complementare, visto che il regime fiscale di queste somme risiede in un’altra norma (comma 4 dell’articolo 8 del Dlgs 252/05) e non negli articoli del Tuir richiamati dalla legge di stabilità 2016.

Se si tratta degli altri servizi, oggi esentati sia dal punto di vista fiscale, sia previdenziale, l’opzione del lavoratore non fa perdere al datore di lavoro l’esenzione contributiva in quanto per espressa previsione normativa (articolo 1, comma 184, della Legge 208/15), le somme vengono attratte, in base agli eventuali limiti di esenzione previsti, nel regime armonizzato (fiscale e contributivo) voluto dal Tuir, da cui derivano.

Tornando ai premi di produttività, in particolare alla scelta legislativa di sostituire lo sgravio contributivo con la detassazione, si rileva che mentre il primo produceva un vantaggio per entrambe le parti (datore di lavoro e lavoratore), la tassazione agevolata facilita solo i dipendenti; sul fronte aziendale, infatti, si concretizza nell’impossibilità di pervenire a una riduzione del costo del lavoro.

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