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Jobs act: restyling anche per gli accordi collettivi

I decreti attuativi del Jobs act rendono necessario anche un aggiornamento degli accordi collettivi, che in larga misura fanno riferimento a un contesto normativo ormai superato.
Il contrasto emerge in maniera evidente se si pensa alle tante innovazioni introdotte sul lavoro flessibile dal Dlgs 81/2015:

Molte delle nuove norme potranno funzionare in maniera efficiente solo dopo che saranno state recepite dagli accordi collettivi esistenti (anche di secondo livello, considerato che il decreto equipara, a tutti gli effetti, la contrattazione di livello nazionale e quella di livello aziendale e, dove esiste, territoriale), mentre faticano a trovare applicazione nel quadro di regole collettive oggi esistente, costruito intorno a istituti ormai cancellati o modificati dal Jobs act.

Un caso eclatante è quello del part-time: praticamente tutti gli accordi collettivi fanno riferimento a istituti come clausole elastiche e flessibili, part time misto, orizzontale e verticale, lavoro supplementare, che sono stati completamente modificati (e in alcuni casi cancellati) dalla riforma.
Ma il problema si presenta in termini diversi per tutte le altre forme di lavoro flessibile.

In questa situazione, i contrasti interpretativi e applicativi sono dietro l’angolo: la strada maestra per prevenire questi problemi è, come detto, quella di aggiornare rapidamente le regole collettive esistenti (con intese ad hoc, o in occasione dei rinnovi delle intese vicine alla scadenza).

Gli accordi collettivi (in questo caso solo di livello nazionale) svolgono un ruolo importante a livello applicativo anche per le novità sul lavoro a progetto (abrogato) e sulle collaborazioni coordinate e continuative. Dal 1° gennaio 2016, infatti, entra in vigore la presunzione di subordinazione, che comporta l’applicazione delle regole sul lavoro subordinato in caso di «etero-organizzazione» del committente.

Anche la nuova disciplina delle mansioni, con la riscrittura dell’articolo 2103 del Codice civile, impone una revisione delle norme collettive, oggi centrate intorno al concetto di equivalenza professionale, che non esiste più ed è stato sostituito dalla nozione di appartenenza allo stesso livello contrattuale.

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