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Jobs Act: condizionalità ancora ferma

Le politiche attive del lavoro dovrebbero essere finanziate anche con le sanzioni a carico dei disoccupati che non rispettano gli impegni previsti dal patto di servizio personalizzato.
Ma, per ora, questo meccanismo non sta funzionando.

Il decreto di riordino dei servizi per il lavoro e delle politiche attive (Dlgs 150/2015) prevede principi di condizionalità tra le prestazioni di integrazione al reddito (Naspi, Asdi, Dis-coll e indennità di mobilità) e le iniziative sancite nel patto di servizio personalizzato, che dovrà essere stipulato da ogni disoccupato che autocertifica la sua condizione e subito disponibile allo svolgimento di attività lavorativa e alla partecipazione a un percorso di politica attiva.

Lo stesso decreto prevede che questo percorso di politiche attive sia costituito dagli impegni assunti dal disoccupato con la sottoscrizione del patto di servizio, che dovranno prevedere almeno contatti periodici con un referente del centro per l’impiego (Cpi), la partecipazione a percorsi di formazione per aumentare la capacità di trovare lavoro o per riqualificare le competenze professionali e l’impegno a non rifiutare nessuna offerta di lavoro congrua. Per ciascuno di questi impegni è previsto un sistema sanzionatorio in caso di ingiustificato inadempimento, che va dalla progressiva decurtazione della Naspi o dell’Asdi, fino alla loro revoca e alla perdita dello stato di disoccupazione.

I principi di condizionalità valgono solo per i disoccupati percettori di prestazioni di integrazione al reddito, perché gli altri non beneficiano di alcuna politica passiva o attiva. Infatti, anche l’altro nuovo percorso di politica attiva, costituito da una somma graduata in funzione del profilo personale di occupabilità, denominato “assegno individuale di ricollocazione” è destinato solo ai percettori di Naspi, disoccupati da oltre quattro mesi, che ne facciano richiesta.

La scelta di non estendere l’assegno di ricollocazione a tutti i disoccupati è stata determinata dall’insufficienza di risorse disponibili. Tuttavia, è stato previsto che le risorse delle prestazioni di integrazione al reddito non erogate per l’applicazione dei principi di condizionalità siano destinate per il 50% al fondo per le politiche attive, con cui sarà finanziato l’assegno di ricollocazione e per l’altro 50% alle Regioni e Province autonome cui fanno capo i Cpi che hanno adottato i relativi provvedimenti, per essere impiegate in strumenti di incentivazione del personale. Pertanto, l’attivazione di questo circolo virtuoso per il finanziamento dell’assegno di ricollocazione si potrà avere solo con la seria applicazione dei principi di condizionalità da parte degli stessi Cpi che li dovranno gestire.

Ancora, però, i meccanismi di condizionalità entrati in vigore da oltre due mesi non sono applicati, sia per l’assenza del sistema informativo unitario, sia per la mancanza di soluzioni operative alternative. In particolare, occorre innanzitutto definire in modo inequivocabile quale è il centro per l’impiego competente alla convocazione del disoccupato per la stipula del patto di servizio e alla gestione della condizionalità. In secondo luogo, occorre definire le modalità tecniche di comunicazione all’Inps dei provvedimenti dei Cpi di gestione della condizionalità (la circolare Inps 194/2015 rimanda a successive indicazioni). In terzo luogo, occorre precisare presto la definizione di offerta di lavoro congrua, il cui rifiuto comporta la perdita della prestazione di integrazione al reddito e anche la decadenza dallo stato di disoccupazione, nel caso dei percettori di Asdi.

Al momento il Dlgs non la definisce, rinviando alla disciplina della riforma Fornero (legge 92/2012), che prevede solo il requisito della retribuzione superiore al 20% dell’indennità di disoccupazione e quello della distanza dal luogo di lavoro, non superiore a 50 km dalla residenza e raggiungibile in 80 minuti con i mezzi pubblici. In mancanza di questa indicazione, c’è il rischio che il disoccupato percettore di una prestazione di integrazione del reddito possa perderla nel caso in cui rifiuti la partecipazione a un corso di formazione, mentre possa mantenerla nel caso in cui rifiuti un’offerta di lavoro considerata incongrua.

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