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Congedi e baby sitter, più welfare in azienda

Raddoppia da uno a due giorni il congedo obbligatorio per i papà ed è rifinanziato il bonus baby sitter.
Due misure – già previste in via sperimentale dalla legge Fornero del 2012 fino a dicembre di quest’anno – introdotte nel maxiemendamento al Ddl Stabilità per il 2016, che si affiancano a quelle già previste sul fronte del welfare aziendale per dare alle imprese la possibilità di assegnare ai dipendenti voucher da spendere per pagare, tra le altre cose, asili nido, baby sitter e centri estivi per i figli.

Un pacchetto di interventi che puntano a migliorare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e che si intersecano nel puzzle di misure (strutturali) già in vigore per effetto del Jobs act. Da un lato il Codice dei contratti (decreto 81 , in vigore dal 24 giugno scorso) ha introdotto una chance in più per i lavoratori che possono chiedere il part-time al posto del congedo parentale.

Dall’altro il decreto 80 , attivo dalla stessa data, ha previsto una serie di novità, come l’allargamento da 8 a 12 anni del bambino il periodo entro cui i genitori possono chiedere l’astensione facoltativa e ha rispolverato il congedo a “ore”, previsto dal 2013 ma mai entrato in vigore, che è stato reso operativo da una circolare Inps dell’estate scorsa. La spesa stimata per il 2015 è di 104 milioni, che salgono a oltre 120 annui dal 2016 al 2018 e dai 130 annui in su a partire dal 2019.

«Sono provvedimenti importanti – commenta Daniela Del Boca, ordinario di economia all’Università di Torino – perché introducono più flessibilità nella gestione dei tempi dopo la nascita dei figli». Il numero di donne che non ritorna al lavoro «è elevatissimo – precisa Del Boca – e una delle ragioni, riguarda appunto,la mancanza di orari flessibili tanto che una madre su quattro non ha più un posto a distanza di due anni».

Del resto, i dati sul lavoro femminile sono sconfortanti: il tasso di occupazione è al 47,5%, ben al di sotto della media europea vicina al 60% e con una quota di inattive (cioè escluse dal mercato, che non hanno mai cercato o non cercano più un impiego) del 45,7%, con punte di oltre il 60% al Sud.

Anche se negli ultimi anni sono stati fatti passi in avanti, l’attività di cura dei figli resta comunque sbilanciata a discapito delle donne. La cartina di tornasole è l’osservatorio dell’Inps sui congedi parentali: nel 2014 su 277mila dipendenti in astensione facoltativa dal lavoro, appena il 13% (poco più di 35mila) erano uomini, una quota comunque in crescita rispetto all’11% del 2013.

«L’esperienza dei congedi parentali in cui si scende al 30% dello stipendio – concludono Alessandra Casarico e Paola Profeta, docenti di scienza delle finanze all’Università Bocconi ed esperte di economia di genere – conferma lo scarso successo tra i padri, per questo è importante il congedo obbligatorio di paternità che oltre ad essere esclusivo e non cedibile, ha il vantaggio di essere retribuito al 100% dello stipendio. Due giorni sono però troppo pochi: bisogna continuare a promuovere la necessità di avere un congedo esteso, almeno di 15 giorni, come proposto dalla vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli».

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