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Il giudice non può modificare la sanzione disciplinare

In caso di impugnazione del provvedimento disciplinare il giudice non può modificare la sanzione.
Il giudice può convalidare oppure annullare la sanzione comminata dal datore di lavoro, ma non ha il potere di modificare l’entità della pena applicata, riproporzionandola in ragione del proprio convincimento.
La Corte di cassazione (sentenza 22150/2015 , pubblicata ieri) prende posizione sulla questione, ancora non pacifica a livello giurisprudenziale, dei poteri entro i quali il giudice del lavoro può sindacare la validità di un provvedimento disciplinare.

La vicenda riguarda un dipendente nei confronti del quale il datore di lavoro ha applicato la sanzione disciplinare della sospensione per 4 giorni.

Sia in primo grado che in appello, i giudici hanno considerato eccessivamente severo il provvedimento, e lo hanno annullato.

L’azienda in questi giudizi aveva chiesto al giudice, qualora fosse stato ritenuto troppo severo il provvedimento, di rideterminare l’entità della sanzione, ma le corti di merito si sono rifiutate, sostenendo che il potere disciplinare spetta in via esclusiva al datore di lavoro.

La Corte di cassazione, con la sentenza 22150, conferma questa lettura, affermando che il potere di infliggere sanzioni disciplinari proporzionate alla gravità dell’illecito accertato non può essere esercitato dal giudice, neanche quando si tratta di ridurre la gravità del provvedimento.

La graduazione della sanzione, prosegue la sentenza, è espressione di una discrezionalità che rientra nel più ampio potere organizzativo che l’articolo 41 della Costituzione riserva all’imprenditore. Pertanto, si legge nella sentenza, il giudice non può sindacare i criteri di scelta adottati dal datore di lavoro per l’individuazione della sanzione da applicare, ma deve limitarsi a verificare che siano state rispettate le regole legislative e contrattuali che regolano in materia, primo tra tutte il principio di proporzionalità della sanzione fissato dall’articolo 2106 del codice civile. La violazione di queste regole, quindi, comporta solo l’illegittimità della sanzione, senza che al giudice spetti il potere di sostituirsi all’imprenditore nell’applicare un provvedimento meno grave. L’unico caso in cui, secondo la sentenza, esiste tale potere è quello in cui l’imprenditore abbia superato il massimo edittale e, quindi, sia necessario solo ricondurre l’entità della sanzione entro tale limite.

Con questa lettura – apparentemente rispettosa delle prerogative aziendale ma, al contrario, molto restrittiva per il datore di lavoro, in quanto amplifica le possibilità di porre nel nulla una procedura disciplinare – la Corte si discosta da una sentenza precedente (la numero 8910/2007) di segno contrario. Con tale sentenza la Cassazione aveva riconosciuto la possibilità per il giudice di applicare una sanzione meno grave, nei casi in cui sia lo stesso datore di lavoro a chiedere questa modifica (ovviamente, qualora il giudice stesso abbia ritenuto troppo pesante la sanzione originaria).

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