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Il trattamento di Cds dopo la riforma degli ammortizzatori

La solidarietà diventa più onerosa
Impatto economico pesante sul contratto di solidarietà difensivo in campo Cigs: è questo il principale effetto del testo unico in materia di integrazioni salariali (Dlgs 148/2015) in vigore dal 24 settembre. Se, infatti, le richieste di Cds avviate prima di questa data manterranno la vecchia disciplina, i programmi collegati a istanze presentate successivamente dovranno fare i conti con una duplice penalizzazione – rispetto al regime previgente – sia per le imprese che per i lavoratori coinvolti.

Per quanto concerne le prime, il fatto che il Cds sia stato annoverato a pieno titolo nell’alveo delle integrazioni salariali straordinarie ha esteso anche a questo ammortizzatore la nuova contribuzione addizionale, disciplinata secondo il principio del cosiddetto bonus-malus: se, quindi, il “vecchio” Cds non costava nulla al datore di lavoro, oggi si dovrà versare il relativo contributo.

Ai sensi dell’articolo 5 del Dlgs 148/2015 questo onere, che prima si applicava solo alle Cig, non solo è stato incrementato nei termini percentuali ma, altresì, né è stata allargata la base di computo: nel previgente impianto normativo il riferimento su cui calcolarlo era l’integrazione salariale spettante al lavoratore coinvolto dalla riduzione dell’orario di lavoro mentre adesso è correlato alla retribuzione globale che sarebbe spettata per le ore di lavoro non prestate, relativamente al trattamento di Cds (quindi il conteggio avviene su una cifra più elevata).

Si ricorda, peraltro, come la contribuzione addizionale sia “modulare” rispetto alle durate di utilizzo delle integrazioni salariali, pari al 9%, 12% o 15% rispettivamente per gli interventi fino a 52 settimane, tra 53 e 104, oltre le 104 settimane.

Questo mix conduce a costi importanti: come si evince dalla tabella a lato, una Pmi che abbia, ad esempio, attivato il terzo anno di Cds si troverà a sborsare mensilmente all’Inps oltre 7.000 euro a titolo di contribuzione addizionale per 5mila ore mensili di riduzione in solidarietà.

Anche il lavoratore esce penalizzato dalle nuove regole: se è vero che – a livello teorico – l’integrazione salariale viene portata all’80% della retribuzione persa a seguito dell’intervento (prima, di default, la misura era del 60%), va però considerato che anche a questi trattamenti si applicheranno i massimali delle Cig, rivalutati annualmente: ciò comporta una perdita di salario direttamente proporzionale all’importo della retribuzione del lavoratore coinvolto.

Ma la nuova regolamentazione del contratto di solidarietà comporta anche una restrizione gestionale determinata dal fatto che, oltre al limite massimo collettivo di riduzione media pari al 60% dell’orario giornaliero, settimanale o mensile dei lavoratori interessati, il legislatore ha previsto un limite medio di riduzione massima anche a livello individuale, poiché ciascun addetto non potrà essere coinvolto nel Cds mediamente per più del 70% dell’orario di lavoro del periodo di utilizzo del contratto.

Esce, invece, con un buon appeal, nel panorama delle integrazioni salariali, il rinnovato istituto del Cds espansivo (articolo 41): con una formula strutturale garantisce incentivi alle imprese che in pendenza di riduzioni di orario realizzino incrementi occupazionali, favorendo, altresì, veri e propri percorsi di staffetta generazionale.

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