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Flexicurity: le nuove politiche attive del lavoro

La nuova flexicurity cerca lo sprint
La partita si giocherà nei prossimi tre mesi: per dare vita al nuovo modello di flexicurity tratteggiato dal Jobs act nel decreto 150 , in vigore dal 24 settembre, ci sono almeno dieci tasselli da incastrare nel puzzle e arrivare così puntuali alla scadenza del 1° gennaio 2016, quando dovrebbe debuttare l’Anpal, l’agenzia nazionale chiamata a coordinare la rete dei servizi per il lavoro.

Un restyling di non facile attuazione: l’Italia è fanalino di coda in Europa per risorse destinate alle politiche attive, appena lo 0,35% del Pil, con un sistema fortemente sbilanciato sui sussidi passivi (che calamitano l’1,61% del Pil),mentre gli altri big della Ue spendono, in termini relativi, dalle quattro alle dieci volte più di noi in servizi per l’impiego, e circa il doppio in politiche attive. Un fronte su cui non si possono più accumulare ritardi. «Il cambio di direzione è chiaro – spiega Maurizio del Conte,docente di diritto del lavoro alla Bocconi e consigliere giuridico del premier Renzi -: da gennaio tutti i soggetti, pubblici e privati, che concorrono alle politiche attive, saranno chiamati a fare gioco di squadra, sotto la regia dell’Anpal».

È tutto scritto nero su bianco nel decreto entrato in vigore da una decina di giorni. Ma per la piena attuazione servono almeno 10 misure attuative (decreti ministeriali, interministeriali, Dpr, Dpcm, e così via). Senza contare le convenzioni da siglare con le Regioni.

Tutto ruota attorno alla nuova agenzia. Ad esempio è atteso un decreto del ministero del Lavoro, d’intesa con la Conferenza Stato-Regioni, per dettare le linee di indirizzo dell’Anpal, quelli per nominarne presidente, Cda, consiglio di vigilanza, collegio dei revisori. L’Anpal dovrà svolgere la propria attività tenendo conto delle competenze regionali in materia di mercato del lavoro, e potrà avvalersi di Italia Lavoro.

«È positivo – sottolinea Francesco Giubileo,dottore di ricerca in sociologia all’università di Milano Bicocca- aver stabilito criteri di valutazione oggettiva sull’operato dei vertici dell’Anpal, anche se sarebbe stato opportuno prevedere un meccanismo di rotazione dei dirigenti, in linea con le raccomandazioni europee sulla gestione dei servizi pubblici per l’impiego».

Anche per l’entrata in vigore dell’assegno di ricollocazione bisognerà aspettare la nascita dell’Anpal. «Attraverso una procedura semplificata di profilazione informatica gestita dalla nuova agenzia – dice Del Conte – lo potranno richiedere tutti coloro che, perso il lavoro e titolari di Naspi, non abbiano trovato un’occupazione entro quattro mesi. Si stima che, in fase di prima applicazione, i destinatari potenziali dell’assegno saranno tra i 150 e 200mila. Sarà perciò essenziale destinare fondi adeguati sin dalla prima fase di operatività del nuovo sistema».

Il “voucher” si potrà spendere sia presso i centri per l’impiego, sia nelle agenzie private accreditate (nell’albo nazionale che verrà istituito presso l’Anpal, oppure dalle Regioni), a condizione che il disoccupato sia immediatamente disponibile a lavorare e partecipi a misure di politica attiva. L’assegno avrà durata semestrale e l’importo (che verrà deciso dall’Anpal) sarà direttamente proporzionale al profilo di occupabilità del beneficiario.

Una formula che potrebbe “liberare” risorse dai sussidi passivi a favore delle politiche attive, come dimostrano i dati sull’efficacia della dote unica del lavoro, che funziona con un meccanismo analogo in Lombardia. Per il 2014, la Regione ha stimato i costi dell’intervento, mettendo sotto la lente i disoccupati da meno di sei mesi: la spesa totale in politiche attive è stata di 4 milioni di euro, mentre i risparmi in sussidi non erogati ammontano a 9 milioni. «Applicato su scala nazionale – sottolinea Giubileo – il modello permetterebbe un taglio della spesa di ammortizzatori e sussidi per almeno 500 milioni, risorse che potrebbero essere destinate alle politiche attive».

A non cambiare invece sono le “fondamenta” dell’attuale sistema dei servizi per l’impiego. In particolare, viene ribadito il principio – introdotto nel 1997 con la prima grande riforma del collocamento ma mai attuato fino in fondo nella prassi – secondo il quale bisogna recarsi al centro per l’impiego e stipulare un “patto di servizio”, nel quale sono definiti gli impegni che devono essere rispettati nella ricerca del lavoro.

Chi non sta ai patti – una novità del Jobs act subito in vigore – subisce un taglio o la sospensione dell’indennità monetaria. Il sistema si applica non solo a chi perde il lavoro, ma anche ai dipendenti in Cig o “in solidarietà” con riduzioni di orario superiori al 50 per cento.

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