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Apprendistato in alternanza scuola-lavoro

Con l’apprendistato formativo arrivano i percorsi «concordati» tra scuola e azienda
I percorsi didattici dovranno essere co-progettati: l’alunno che entra in azienda con il nuovo contratto di apprendistato «formativo» avrà diritto a un «piano individuale», concordato tra istituzione scolastica e impresa, in cui dovrà essere dettagliato il programma di studio e di lavoro (compresi, livello di inquadramento e retribuzione). Aumentano, poi, le ore di formazione “on the job”: oggi la quota di flessibilità curriculare è del 20-25%, adesso può salire fino al 30-35% (ma può crescere ancora di più, visto che per le ore di formazione in classe viene indicato solo un «tetto massimo» del 70% in seconda superiore, e del 65% in terza, quarta e quinta).

Si irrigidiscono, invece, i requisiti richiesti alle imprese chiamate ad assumere gli studenti-apprendisti: oltre al possesso di parametri strutturali e tecnici, peseranno pure le capacità «organizzative» e «formative» dell’azienda (cioè il datore dovrà dimostrare di possedere mezzi e personale adeguati a svolgere i compiti di tutor per il giovane – c’è, ancora una volta, una eccessiva regolamentazione burocratica).

Il provvedimento sul tavolo delle Regioni
I ministeri del Lavoro e dell’Istruzione hanno ultimato il decreto interministeriale che, sulla scia della sperimentazione Enel iniziata lo scorso anno, dettaglia, su tutto il territorio nazionale, gli standard formativi e i diritti e doveri degli studenti-apprendisti alla luce delle novità introdotte da Jobs act e riforma Renzi-Giannini. Il provvedimento è atteso oggi in Conferenza Stato-Regioni per il via libera definitivo. Le nuove regole aprono pure alla possibilità di utilizzare il nuovo apprendistato «formativo» anche per il praticantato per l’accesso alle professioni ordinistiche (purché in coerenza con i rispettivi ordinamenti professionali e i Ccnl).

E viene chiarito che l’apprendistato di alta specializzazione varrà pure per le attività di ricerca: il rapporto, però, non potrà durare più di tre anni e mansioni e piano formativo individuale dovranno essere calibrate in base allo specifico progetto di studio. Per il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, «il decreto interministeriale rappresenta un altro tassello per avvicinare scuola e imprese»; e ciò «permetterà di dare ai ragazzi le competenze che il mondo produttivo richiede», aggiunge il collega, sottosegretario all’Istruzione, Gabriele Toccafondi.

Il ruolo dei presidi
Rispetto alla sperimentazione Enel (che ha assunto circa 150 studenti-apprendisti di sette istituti tecnici sparsi in tutt’Italia), le nuove regole danno più autonomia ai presidi: per attivare contratti di apprendistato è sufficiente un protocollo tra istituzione formativa e azienda (non serve più la previa convenzione quadro generale con ministero del Lavoro e Miur).

In caso di studenti universitari, poi, l’esperienza in apprendistato non “sconta” più alcuni esami da sostenere, ma il percorso «di studio e di lavoro» varrà una parte del credito formativo di ciascun insegnamento. «Si punta dritto su una forte complementarietà tra formazione interna ed esterna – evidenzia Carmela Palumbo, dg per gli Ordinamenti scolastici e la valutazione del Miur -. E la progettazione del curriculum del ragazzo-apprendista dovrà essere realizzata insieme da scuola e impresa».

I nodi da sciogliere
Ci sono però dei punti critici. Il piano individuale è, per esempio, troppo rigido: andrebbe modificato in caso di variazione della qualifica da conseguire. E va chiarito pure che sono le istituzioni formative a dover erogare all’alunno la formazione generale sulla sicurezza sul lavoro (così come accade per l’alternanza).

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