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Mancata formazione addetto antincendio non punibile

Non punibile la mancata formazione dell’addetto antincendio
Le disposizioni sanzionatorie previste dal Dlgs 81/2008 (testo unico sulla salute e sicurezza sui luoghi di lavoro) sono sorrette dal principio di specialità proprio del diritto penale, per cui il datore di lavoro che sia stato denunciato per la violazione di un obbligo non accompagnato dalla conseguente specifica sanzione, non può essere condannato.

E’ tale il principio riproposto dalla Corte di cassazione con la sentenza 28577/2015 depositata ieri.
Il tribunale di Pisa ha condannato un datore di lavoro per l’omessa nomina del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (articolo 17, comma 1, lettera b, del Tu) e del medico competente (articolo 18, comma 1, lettera a, del Tu), nonché all’obbligo di formazione del soggetto incaricato della prevenzione incendi e della prestazione del primo soccorso (articolo 18, comma 1, lettera l, del Tu).

Soffermando l’attenzione sul terzo capo di imputazione (omessa formazione), la Corte con la sentenza in esame ha pronunciato sentenza pienamente assolutoria stante l’insussistenza del fatto sotto la specie penale.

E’ stato rilevato, infatti, che la norma prevista dall’articolo 18, comma 1, lettera l del Tu – che obbliga il datore di lavoro di adempiere agli obblighi di informazione, formazione e addestramento indicati dagli articoli. 36 e 37 dello stesso decreto – non rientra in alcuna delle disposizioni precettive la cui violazione, ai sensi del successivo articolo 55, è punita con sanzione penale.

Del resto, la Corte ha osservato in proposito che la struttura del testo unico è chiarissima nel distinguere, al proprio interno, un complesso di norme precettive che, poi, alla fine, per la parte generale, trovano specifiche e ben individuate sanzioni negli articoli dal 55 al 60. Proprio nell’articolo 55, che si riferisce specificamente alle sanzioni (penali e amministrative) previste a carico del datore di lavoro e dello stesso datore di lavoro o del dirigente, non è richiamata la disposizione che si è assunto violata, e cioè la lettera l, del comma 1, dell’articolo 18.

Con ciò è evidente che la sentenza del tribunale, avverso la quale è stato posto ricorso, nel condannare il ricorrente per violazione della disposizione, ha violato il principio di legalità, dovendosi invece affermare che, non essendo sancita per la violazione del precetto alcuna sanzione penale, esso non è previsto dalla legge come reato, intendendosi per tali solo quei comportamenti per i quali l’ordinamento prevede, seppure in via meramente astratta e in taluni casi condizionata, la irrogazione della sanzione penale.

Non va sottaciuto che mentre quella contestata al ricorrente ha un contenuto generico che prevede a carico del datore di lavoro un “generale obbligo di informazione sui rischi connessi alla prestazione lavorativa indicati negli articoli 36 e 37 del Tu”, l’accertamento e la relativa denuncia avrebbe avuto senz’altro ben diversa sorte se le contestazioni fossero state imputate direttamente per le violazioni agli obblighi previsti da questi ultimi articoli (adeguata informazione e formazione sufficiente ed adeguata) sorretti da gravi sanzioni che vanno con l’arresto da due a quattro mesi o con l’ammenda da 1.315,20 a 5.699,20 euro.
Per i primi due capi di imputazione il ricorrente è stato prosciolto per intervenuta prescrizione.

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