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Associazioni in partecipazione solo con apporto di società

Nelle associazioni possibile l’apporto solo delle società
Per effetto del decreto legislativo 81/2015, il contratto di associazione in partecipazione con apporto di lavoro non può essere più sottoscritto se l’associato è una persona fisica.

Tuttavia questa forma di collaborazione resta ammissibile se l’associato è un soggetto societario.
Con la circolare 13/2015 diffusa ieri, la Fondazione studi dei consulenti del lavoro ha iniziato ad approfondire alcune delle novità introdotte dal “codice dei contratti” entrato in vigore ieri. Nel recente passato il contratto di associazione in partecipazione con apporto di lavoro è stato piuttosto utilizzato in alcuni settori, come nel commercio per i commessi. Utilizzo che spesso si è caratterizzato dal mancato rispetto delle disposizioni normative, tra cui, per esempio, la partecipazione degli associati agli utili o alle perdite economiche dell’attività, dato che veniva loro erogata una retribuzione fissa.

A questo proposito la riforma del mercato del lavoro di tre anni fa (la legge 92/2012) aveva introdotto la conversione in rapporto di lavoro a tempo subordinato proprio se si fosse riscontrata la mancata partecipazione agli utili. Inoltre, sempre per limitare l’utilizzo di questo contratto, era anche stato posto il tetto massimo di tre associati con apporto di lavoro per ogni associante. Ora il Dlgs 81/2015 ha eliminato la possibilità di ricorrere all’associazione con apporto di lavoro in caso di persone fisiche. Restano salvi i contratti in corso che in alcuni casi hanno durata decennale, quindi, è probabile che questo tipo di inquadramento non scomparirà in tempi brevi dal panorama lavoristico. Inoltre, come accennato, l’associazione con apporto di lavoro sarà comunque possibile se l’associato è una società. La circolare dei consulenti del lavoro illustra anche le novità riguardanti le collaborazioni, con il divieto di sottoscrivere, d’ora in poi, quelle a progetto.

Restano possibili quelle coordinate e continuative, consapevoli che, a fronte della presenza di tre condizioni (carattere esclusivamente personale, continuità, eterorganizzazione anche con riferimento a tempi e luoghi di lavoro), si applicheranno le regole del rapporto subordinato. Tuttavia datore di lavoro e collaboratore hanno la possibilità di certificare, presso le commissioni indicate dall’articolo 76 del Dlgs 276/2003, l’assenza di tali condizioni. In questa procedura il lavoratore può farsi assistere da un rappresentante sindacale, da un avvocato o da un consulente del lavoro. Una scelta, quest’ultima, sottolinea la circolare, che «conferma l’affidabilità della categoria dei consulenti del lavoro nel ruolo di terzietà», al pari dell’assistenza che i professionisti possono fornire, sempre in base al Dlgs 81/2015, quando azienda e dipendente concordano una modifica delle mansioni attribuite al lavoratore. Anche le collaborazioni a progetto già attive potranno essere mantenute fino a esaurimento.

Però dal 2016 scatterà l’obbligo di rispettare i nuovi requisiti, in mancanza dei quali saranno ricondotte al lavoro subordinato, salvo alcune situazioni eccezionali. Tra queste il Dlgs individua le collaborazioni regolate da accordi collettivi nazionali con riferimento a trattamento economico e normativo. Una disposizione che, secondo la circolare dei consulenti del lavoro, vale anche per i contratti collettivi già in vigore che rispettano tali requisiti. 

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