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Co.co.co presunzione assoluta di subordinazione

Co.co.co, subordinazione estesa
In vigore da oggi il decreto legislativo 81/2015, il codice che riscrive le norme sui contratti e sulle sanzioni. Sulla «Gazzetta Ufficiale» di ieri è stato anche pubblicato il decreto legislativo 80/2015 sugli strumenti per conciliare vita e lavoro.

La novità forse più dirompente del “codice dei contratti” è l’abolizione del lavoro a progetto, con la ridefinizione dei confini tra lavoro subordinato e lavoro autonomo (o meglio tra il campo di applicazione delle rispettive discipline) che l’accompagna. Per comprendere appieno la portata del cambiamento occorre partire dall’articolo 1 del decreto, nel quale si afferma che «il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato costituisce la forma comune di rapporto di lavoro».

L’espressione, enunciata anche nella legge delega quale criterio direttivo cui attenersi, è ripresa dal Dlgs 368/2001 sul contratto a termine, che a sua volta recepisce un’indicazione contenuta nella direttiva europea 1999/70. Tuttavia, questa affermazione assume oggi, nel quadro complessivo del Jobs act, una portata nuova, quasi un manifesto programmatico della riforma. L’idea di fondo che guida l’intervento è infatti quella di “promuovere” il rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, considerato il contratto “standard”, rispetto a tutte le altre forme di lavoro, anche autonome.

E quindi, se è vero che il contratto a progetto era stato pensato (nel 2003) come un argine al dilagare di collaborazioni spesso non genuinamente autonome, la sua abolizione non va affatto nella direzione dell’allargamento della possibilità di ricorso al lavoro autonomo. Anzi, è vero il contrario. Il confine tra autonomia e subordinazione si sposta a favore della seconda, allargando il campo di applicazione della disciplina del lavoro subordinato. Quest’ultimo ricomprende ora non solo le prestazioni caratterizzate dall’eterodirezione, ma anche quelle «le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo del lavoro». È quindi sufficiente che sia ravvisabile nella prestazione l’elemento dell’etero-organizzazione, certamente più diffuso e anche più facile da provare, per far scattare l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato, anche laddove la prestazione non sia eterodiretta.

Da oggi in poi, tutte le collaborazioni eterodirette sono (come prima) certamente subordinate, ma non tutte le collaborazioni soggette alla disciplina del lavoro subordinato sono eterodirette. Si discuterà a lungo, tra i giuristi, se le collaborazioni etero-organizzate diventino subordinate o più semplicemente siano soggette alla relativa disciplina, senza mutare la loro natura.

Così come resta da definire quale spazio residui tra coordinamento ed etero-organizzazione, e quindi quali collaborazioni coordinate e continuative possano legittimamente essere instaurate e rimanere genuinamente autonome al di fuori degli specifici casi di non applicazione dell’articolo 2 del decreto 81 (accordi sindacali specifici di settore, professionisti iscritti ad albi, amministratori e sindaci, società sportive). Sta di fatto che il campo del lavoro autonomo, fuori da tali eccezioni, si restringe fino a coincidere sempre di più con quei rapporti in cui è il collaboratore a poter liberamente determinare luogo, tempi e modalità della prestazione.

L’eliminazione del vincolo del progetto non lascia, quindi, campo libero all’espandersi delle co.co.co, che saranno viceversa soggette a vincoli ancora più stringenti. Viene invece meno un equivoco che la tipizzazione contrattuale del “lavoro a progetto” aveva, sia pur involontariamente, alimentato: quello che bastasse l’individuazione di un progetto per essere poi liberi di atteggiare il rapporto a proprio piacimento.

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