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Licenziamento nullo o inefficace e pagamento delle sanzioni civili

Licenziamento nullo o inefficace e pagamento delle sanzioni civili per omessi veramenti Inps
In caso di cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento e di successiva reintegra, le sanzioni civili per omesso pagamento di contributi, nel periodo successivo al licenziamento e fino all’effettiva reintegra, sono dovute solo se il licenziamento sia stato dichiarato nullo e/o inefficace, mentre negli altri casi al ritardato pagamento di contributi si applica l’ordinaria disciplina della mora debendi relativa alle obbligazioni pecuniarie.

In questo modo la sentenza della Sezione Lavoro della Cassazione, n. 10718 del 25 maggio 2015, fa applicazione del principio esposto dalle Sezioni Unite (sentenza n. 19665/2014 ), intervenute a comporre un contrasto giurisprudenziale tra la tesi che riteneva comunque dovute le sanzioni civili in assenza di pagamento di contribuzione alle scadenze di legge nel periodo precedente l’ordine di reintegrazione (cfr. Cass. n. 23181/2013 e Cass. n. 402/2012 e circ. INPS n. 124/2000) e l’orientamento che invece, secondo un ragionamento assai persuasivo, non imputava al datore di lavoro il mancato versamento di contribuzione a fronte della cessazione del rapporto, trattandosi di adempimento impossibile e logicamente incompatibile con lo status di lavoratore licenziato (peraltro l’ente previdenziale non avrebbe neanche potuto accettare tale contribuzione; cfr. Cass. n. 7934/2009).

 

Le Sezioni Unite avevano adottato nel 2014 una soluzione intermedia, ispirata alle modifiche normative nel frattempo intervenute. Il “nuovo” art. 18 della L. n. 300/1970, come riscritto dalla legge n. 92/2012 – legge Fornero, opera infatti una distinzione.

Mentre il II comma (reintegrazione c.d. piena o forte) prevede la condanna del datore di lavoro al pagamento della contribuzione previdenziale senza apparentemente occuparsi delle conseguenze sanzionatorie civili, per le ipotesi previste nel IV comma (reintegrazione c.d. attenuata o debole) la norma precisa che il medesimo obbligo contributivo deve essere maggiorato degli interessi nella misura legale senza applicazione di sanzioni per omessa o ritardata contribuzione. Precisazione che ci porta ad immaginare, di riflesso, come dovute nella loro interezza le sanzioni civili nelle ipotesi più gravi di licenziamento per le quali è previsto il ripristino del rapporto di lavoro con risarcimento integrale.

La diversificazione, quanto agli effetti, del licenziamento a seconda della gravità esplicitata dal nuovo art. 18, e accolta dalle Sezioni Unite, in realtà ripropone la “storica” distinzione tra licenziamento inefficace o nullo (per discriminazione, in concomitanza di matrimonio, per violazione dei divieti posti a tutela della genitorialità, per motivo illecito determinante, o perché intimato in forma orale) e licenziamento solo annullabile (assenza di giustificato motivo soggettivo o di giusta causa, insussistenza del fatto contestato ovvero illegittimità perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili). Solo nel primo caso gli effetti dichiarativi della pronuncia consentono l’ingresso della fictio che considera il rapporto di lavoro, così come il collegato rapporto contributivo, mai interrotti. Se il vizio del licenziamento è ricompreso nell’area della nullità, l’obbligo contributivo è riconosciuto ora per allora e dunque ben può prospettarsi un obbligo di pagamento di sanzioni civili per inadempimento contributivo.

Nel caso invece di un vizio che rende il licenziamento annullabile, la sentenza che contiene l’ordine di reintegrazione ha natura costitutiva e l’obbligo contributivo è ripristinato ex tunc senza applicazione delle sanzioni civili. Rispetto, dunque, alla originaria soluzione proposta dalla Cassazione del 2009, non è possibile pensare che il legislatore in un dichiarato processo di ridimensionamento della tutela reintegratoria, abbia poi inteso inasprire la posizione del datore di lavoro quanto al pagamento di sanzioni civili nelle forme più gravi di licenziamento (discriminatorio, nullo, ecc…). In tali casi, dunque, la tesi che considera l’applicazione delle sanzioni civili quale effetto automatico dell’inadempimento, può dirsi giustificata e fondata su solidi appigli normativi. Quando invece il licenziamento sia comunque dichiarato legittimo, ma per ragioni che, pur ammettendo l’ordine di reintegra, abbiano un disvalore minore rispetto alle ipotesi più gravi, conformemente a quanto previsto dall’art. 18, non potranno essere corrisposte sanzioni civili, ma solo interessi. L’obbligo sanzionatorio pieno potrà rivivere solo per la fase successiva alla reintegra, nella quale sarà di nuovo operativo l’obbligo, a carico del datore di lavoro, di denunciare e versare sia la contribuzione corrente che quella determinata per il periodo intercorrente tra il licenziamento e la reintegra del lavoratore illegittimamente licenziato.

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