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Licenziamenti collettivi e individuazione di stabilimento

Licenziamenti collettivi, la Corte di giustizia Ue precisa la nozione di “stabilimento”
Il 13 maggio 2015 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha depositato la sentenza “Cañas” (causa C-392/13) con la quale – in relazione alla Direttiva 98/59 concernente la disciplina dei licenziamenti collettivi – ha ribadito, in particolare, l’interpretazione della nozione di “stabilimento” utile al fine di valutare, nell’arco di un determinato periodo di tempo, il superamento del numero di licenziati ivi addetti e, quindi, la configurabilità di un licenziamento collettivo.
La pronunzia, sorta con riferimento alla conformità della legislazione spagnola al disposto dell’art. 1, par. 1, primo comma, lettera a), della Direttiva 98/59/CE (concernente il riavvicinamento delle legislazioni degli Stati membri in materia di licenziamenti collettivi), risponde al quesito se l’art. 1 cit. debba essere interpretato nel senso che «osta a una normativa nazionale» che definisca «la nozione di “licenziamento collettivo” utilizzando come sola unità di riferimento l’impresa e non lo stabilimento».

La Corte di giustizia, confermando due specifiche pronunzie interpretative sul punto (Rockfon e Athinaïki) ricorda che la «nozione di “stabilimento” (…) designa, secondo le circostanze, l’unità alla quale i lavoratori colpiti da licenziamento sono addetti per lo svolgimento delle loro mansioni», precisando che «può (…) costituire uno “stabilimento”, nell’ambito di un’impresa, un’entità distinta, che presenta caratteristiche di permanenza e stabilità, che è destinata ad effettuare una o più operazioni determinate e che dispone di un insieme di lavoratori nonché di strumenti tecnici e di una determinata struttura organizzativa che permette il compimento di tali operazioni», ma che «in considerazione del fatto che lo scopo della direttiva 98/59 attiene agli effetti socioeconomici che i licenziamenti collettivi potrebbero provocare in un contesto locale e in un ambiente sociale determinati, l’entità in questione non deve necessariamente essere dotata di una qualsivoglia autonomia giuridica e neppure di un’autonomia economica, finanziaria, amministrativa o tecnologica per poter essere qualificata come “stabilimento”».

Ne consegue che «qualora un'”impresa” comprenda più entità che soddisfano i criteri precisati (…) è l’entità cui i lavoratori colpiti da licenziamento sono addetti per lo svolgimento delle loro mansioni a costituire lo “stabilimento” (…)» che «si deve prendere in considerazione il numero di licenziamenti effettuati separatamente da quelli avvenuti negli altri stabilimenti della medesima impresa».

Con riferimento alla disciplina italiana, rileviamo che l’art. 24, comma 1, della L. 223/1991 (con la quale è stata attuata in modo organico la normativa comunitaria sui licenziamenti collettivi) dispone che le procedure di consultazione sindacale e di scelta dei lavoratori da licenziare di cui agli art. 4 e 5 della stessa Legge, debbano applicarsi ogni qualvolta un datore di lavoro (che occupi, anche in unità produttive diverse, almeno 15 lavoratori) intenda effettuare, nell’arco di 120 giorni, almeno cinque licenziamenti «in ciascuna unità produttiva, o in più unità produttive nell’ambito del territorio di una stessa provincia» e che siano «comunque riconducibili alla stessa riduzione o trasformazione» di attività o di lavoro.

Proprio in relazione a tale ultimo inciso, v’è da dubitare che nell’ambito della disciplina nazionale possano essere computati «separatamente» i licenziamenti attuati in unità produttive distinte, atteso che «l’art. 24 l. 23 luglio 1991 n. 223 (…) nel prevedere che i licenziamenti collettivi siano “comunque” riferibili alla medesima riduzione o trasformazione di attività, contiene una presunzione (…) di riconducibilità di tutti i singoli licenziamenti ad una medesima causale, sempre che essi siano compresi nell’arco di centoventi giorni e non siano addebitabili a ragioni riguardanti il lavoratore» (Cass. 4274/2003).

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