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La naspi limita i contributi figurativi

La Naspi dà un taglio ai contributi figurativi
Il nuovo assetto degli ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria tracciato dal Dlgs 22/2015 in attuazione del Jobs act (legge delega 183/2014), che debutta il 1° maggio, produrrà i suoi effetti non solo nei confronti dei lavoratori ma anche nei confronti dei datori di lavoro.

Nonostante il quadro già tracciato dalla riforma Fornero (legge 92/2012) sulle tutele per la disoccupazione non sia stato del tutto stravolto, l’introduzione della nuova indennità Naspi (che sostituirà i sussidi Aspi e mini-Aspi per gli eventi che si verificano dal prossimo mese di maggio in poi), porta con sé alcune conferme ma anche qualche novità sostanziale.

Vediamo nel dettaglio, dunque, che cosa cambia, dalla prospettiva dei datori di lavoro.

Come si finanzia la Naspi
In primo luogo, è bene precisare che non cambia il meccanismo contributivo, attraverso il quale le aziende finanzieranno la Naspi. Sono, quindi, confermati i tre canali già delineati dalla legge 92/2012:

  • il contributo ordinario dell’1,31% (aumentato dello 0,30% di addizionale);
  • il contributo aggiuntivo dell’1,4% dovuto per i rapporti di lavoro a tempo determinato (di cui si può ottenere la restituzione in caso di stabilizzazione del lavoratore);
  • il cosiddetto ticket sui licenziamenti, pari al 41% del massimale mensile di Naspi, per ogni 12 mesi di anzianità aziendale del lavoratore negli ultimi tre anni (dal 2016 il contributo sarà dovuto anche per i cambi appalto con continuità occupazionale e nel settore delle costruzioni edili, per completamento delle attività e chiusura del cantiere).

Restano sempre esclusi dal pagamento del ticket i datori di lavoro tenuti a versare il contributo d’ingresso nelle procedure di licenziamento collettivo (in base alla legge 223/1991), fino a quando sarà in vigore l’indennità di mobilità (fine 2016).

Peraltro, il ticket avrà l’ulteriore funzione di alimentare un fondo dell’Inps costituito a favore delle politiche attive per la ricollocazione dei lavoratori in stato di disoccupazione involontaria.

Come cambia l’indennità
Se questi aspetti rimangono immutati rispetto alle disposizioni che regolavano l’Aspi, un impatto svantaggioso per i datori di lavoro potrebbe derivare – in via indiretta – dal nuovo meccanismo di contingentamento degli accrediti contributivi, introdotto per la Naspi.

In particolare, l’articolo 12 del decreto legislativo 22/2015 fissa un tetto massimo di retribuzione rispetto alla quale calcolare i contributi figurativi, pari a 1,4 volte l’importo massimo mensile della Naspi: questo valore, per il 2015, è pari a 1.820 euro, dato da 1.300 euro (massimale Naspi) moltiplicato per il coefficiente 1,4.

Questo effetto potrebbe essere attenuato, in parte, dal nuovo metodo di calcolo della contribuzione figurativa, poiché le retribuzioni utili nei periodi di percezione della Naspi (e nei limiti sopra esposti) non sono conteggiate, per determinare la retribuzione pensionabile, se sono inferiori alla retribuzione pensionabile media (ottenuta non considerando queste retribuzioni).

Bisogna anche considerare che in alcune situazioni il trattamento Naspi potrebbe essere penalizzante, sia in termini di ammontare, sia di durata, rispetto all’Aspi.

Si tratta di aspetti di non poco conto, che saranno destinati a creare qualche criticità nelle situazioni in cui i datori vogliano proporre ai lavoratori procedure di esodo individuale: il mix tra il sistema conciliativo previsto dal contratto a tutele crescenti e la penalizzazione che subirà il lavoratore sul calcolo della Naspi potrebbe portare a rivedere le dinamiche di gestione dei tentativi di conciliazione nella risoluzione dei rapporti di lavoro (ad esempio adottando meccanismi integrativi della Naspi, a carico dei datori di lavoro).

Licenziamenti disciplinari
Infine, c’è un ultimo aspetto da analizzare, legato a una delle fattispecie che possono dare accesso alla Naspi: la cessazione del rapporto di lavoro in conseguenza di un licenziamento per ragioni disciplinari (giusta causa).

In attesa che arrivino gli opportuni chiarimenti dall’Inps, il meccanismo normativo adottato dal legislatore all’articolo 2, del Dlgs 22/2015, apre a una lettura magari suggestiva ma che – se confermata – potrebbe avere effetti importanti, in confronto con le regole finora in vigore per l’Aspi.

Rispetto alla disciplina di quest’ultima, dove l’interpretazione della norma (articolo 3, comma 1, della legge 92/2012 ) aveva portato a estrapolare un principio di copertura “universale” (il testo escludeva le dimissioni e le risoluzioni consensuali, tranne le dimissioni per giusta causa e la risoluzione consensuale nell’ambito della procedura di conciliazione obbligatoria presso la direzione territoriale del Lavoro), il decreto legislativo 22/2015 mette in campo una logica inversa: conferma il presupposto dell’involontarietà della perdita del lavoro ma non opera esclusioni specifiche. Sembrerebbe quindi che non possano più portare alla Naspi le cessazioni avvenute per motivi diversi dalla involontarietà della disoccupazione.

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