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Doppia opportunità con Tfr in busta

Con la Quir in busta accesso al bonus Renzi
La legge di stabilità 2015 ha introdotto la possibilità di richiedere la liquidazione mensile del trattamento di fine rapporto unitamente agli altri elementi retributivi tipici del periodo lavorato. L’attuazione dell’intera disciplina è stata affidata al Dpcm 29 del 20 febbraio 2015.

La scelta di optare per la quota di Tfr in busta paga, trasformando dunque la somma in Quir (quota integrativa della retribuzione), può portare in taluni casi benefici in termini economici poiché in specifiche situazioni di incapienza di imposta in sede di tassazione ordinaria l’erogazione della quota di Quir diviene più conveniente della tassazione separata a cui sarebbe sottoposto il Tfr.

Volendo procedere con considerazioni analoghe, ci si potrebbe interrogare sulla spettanza del “bonus Renzi” nell’ipotesi in cui lo stesso si attivi in presenza di un’imposta a debito originata però non da ordinaria retribuzione, ma dalla Quir. Il Dpcm citato, infatti, mentre chiarisce in modo inequivocabile che la quota di Quir non incide «ai soli fini della verifica dei limiti di reddito complessivo» per la determinazione della spettanza del bonus Renzi, nulla precisa a proposito dell’imposta da questa generata.

A una prima analisi della norma, in attesa dei necessari chiarimenti dell’agenzia delle Entrate, sembrerebbe potersi affermare che la presenza di imposta a debito – peraltro a oggi identificata con codice tributo 1001, quale Irpef su reddito da lavoro dipendente in normale periodo di paga e in tassazione ordinaria – possa far insorgere il diritto alla percezione anche del bonus Renzi, fino a quel momento negato non tanto per effetto del requisito reddituale, quanto per l’assenza di Irpef da versare in capo al lavoratore.

Se questo fosse confermato, in presenza di redditi al di sotto della soglia che permette di azzerare l’imposta con la detrazione spettante, l’incremento di reddito tale da far originare imposta per effetto della corresponsione di Quir in busta paga non solo darebbe luogo al vantaggio di natura economica di cui sopra, ma permetterebbe anche di aggiungerci il valore annuo del bonus Renzi, (laddove spettante per l’intera misura in relazione ai giorni di servizio prestato nell’anno), divenendo indubbiamente piuttosto conveniente.

Il Dpcm 29/2015, infatti, all’articolo 4, comma 3 , prevede che «ai soli fini della verifica dei limiti di reddito complessivo di cui all’articolo 13, comma 1-bis, del Tuir, non si tiene conto della Quir». E ancora, l’articolo 13, comma 1-bis del Tuir recita: «Qualora l’imposta lorda determinata sui redditi di cui agli articoli 49, con esclusione di quelli indicati nel comma 2, lettera a), e 50, comma 1, lettere a), b), c), c-bis), d), h-bis) e l), sia di importo superiore a quello della detrazione spettante ai sensi del comma 1, compete un credito rapportato al periodo di lavoro nell’anno, che non concorre alla formazione del reddito, di importo pari a 960 euro, se il reddito complessivo non è superiore a 24.000 euro».

Dal dettato normativo non sembrerebbero dunque emergere elementi ostativi al riconoscimento del bonus Renzi, ancorché l’imposta a debito sia derivante da Quir e non da “ordinaria” retribuzione, trattandosi di imposta comunque derivante da reddito da lavoro dipendente.

Se tale impostazione fosse confermata, non v’è dubbio che l’opzione Quir per un lavoratore a tempo parziale ad oggi con Irpef netta a zero potrebbe divenire un sostituito di imposta con Irpef a debito (a fronte di un reddito di circa 8.400 euro) e in quanto tale, laddove lo stesso non sia produttore di altri redditi rilevanti ai fini del rispetto del requisito reddituale richiesto dal legislatore del Tuir per garantire l’erogazione del bonus in questione, potrebbe beneficiarne con evidenti vantaggi in termini economici.

È dunque auspicabile un intervento interpretativo sulla materia, per permettere a ciascun lavoratore di effettuare la scelta più opportuna.

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