Filtra per categoria

Tutele crescenti: licenziamenti ritorsivi con reintegro come i discriminatori.

Per i licenziamenti ritorsivi scatta il reintegro
L’articolo 2 del decreto legislativo 23/2015 ha mantenuto il rimedio reintegratorio nel caso di licenziamenti per motivi discriminatori e negli altri casi di nullità espressamente previsti dalla legge che, sostanzialmente, sono quello per motivi di matrimonio e quello per la maternità.

La norma fa anche esplicito riferimento all’articolo 15 dello statuto dei lavoratori, il quale dispone che rappresenti un atto discriminatorio e quindi nullo il «licenziare un lavoratore, discriminarlo nell’assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari o recargli altrimenti pregiudizio a causa della sua affiliazione o attività sindacale ovvero della sua partecipazione ad uno sciopero».

Tali disposizioni si applicano, altresì, ai patti o agli atti diretti a fini di discriminazione politica, religiosa, razziale, di lingua o di sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o sulle convinzioni personali.

La giurisprudenza poi, attraverso un’interpretazione estensiva del dato letterale, è conforme nel ritenere che anche al licenziamento cosiddetto ritorsivo si applichi la tutela reintegratoria e precisa, nella distinzione tra le due fattispecie, e al relativo e diverso onere probatorio (si veda la sentenza di Cassazione 17087 dell’8 agosto 2011 e recentemente l’ordinanza del tribunale di Milano numero 36437 del 15 dicembre 2014), che la nozione legale di discriminazione ha riguardo non a qualsiasi comportamento arbitrario, ingiusto o determinato da motivo illecito, bensì a disparità di trattamento fondate su fattori tipizzati di rilevanza collettiva, che attengono all’appartenenza del singolo a un certo gruppo sociale.

Sotto il profilo probatorio il legislatore nazionale ha previsto un alleggerimento dell’onere della prova a carico del soggetto passivo della discriminazione. Pertanto, quando il ricorrente fornisca elementi di fatto, desunti anche da dati di carattere statistico, da cui si può presumere l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori, spetta al datore di lavoro l’onere di provare l’insussistenza della discriminazione. Nel caso del licenziamento ritorsivo, invece, l’onere di provare la ritorsione e/o il motivo illecito grava interamente sulla parte che li allega, alla stregua della regola generale di riparto dell’onere probatorio in base all’articolo 2697 del codice civile .

Inoltre, e la precisazione non è irrilevante, generalmente si ritiene che non sia sufficiente a dimostrare il carattere discriminatorio o ritorsivo del licenziamento il solo fatto della (asserita) insussistenza dei motivi addotti dal datore di lavoro, giacché l’assenza di oggettive ragioni del licenziamento può rappresentare elemento idoneo a corroborare il quadro indiziario circa la natura discriminatoria o ritorsiva dello stesso ma non è di per sé sufficiente, in assenza di altri elementi probatori, a dimostrare tale natura.

Importante, infine, osservare che l’articolo 2 del Dlgs non contiene, a differenza di quanto prevede il primo comma dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, la previsione di nullità del licenziamento qualora esso sia «determinato da un motivo illecito determinante» (che quindi non sussiste qualora il licenziamento trovi fondamento in altri motivi). Un’omissione di rilievo, che, altrimenti, avrebbe lasciato uno spazio ampio e indeterminato all’applicazione del rimedio reintegratorio, che invece il legislatore ha voluto limitare il più possibile.

-->